Due vasetti portafiori di maiolica
Fabbrica di Antonio Ferretti
Lodi, 1770 circa
Maiolica dipinta in policromia a piccolo fuoco
dimensioni: cm 8,8 x 8 x 6,8
Peso: g 253
Stato di conservazione: intatti
I due piccoli vasetti portafiori hanno una forma semisferica sul fronte e dritta sul retro, poggiano su una base piana e presentano due piccole anse appiattite e forate ai lati dell’orlo. L’effetto ottenuto è quello di un piccolo cesto o secchiello decorato sulla parte frontale con gruppi di fiori dipinti a larghe pennellate con colori vivaci tipici della tecnica a piccolo fuoco. L’ornato si basa sul consueto mazzolino di fiori raccolti attorno a una rosellina centrale.
Un confronto puntuale ci deriva da due esemplari esposti nella mostra tenutasi a Lodi nel 1995 (M. L. Gelmini, Maioliche lodigiane del ‘700, Milano 1995, p. 174, nn. 205-206).
Questa scelta decorativa rappresentò un punto di forza della fabbrica lodigiana che si affermò grazie alla vivacità dei colori resa possibile dall’introduzione della nuova tecnica perfezionata da Paul Hannong a Strasburgo e che Antonio Ferretti aveva introdotto in Italia. Questo processo produttivo, denominato cottura a “piccolo fuoco”, consente di utilizzare un maggior numero di colori rispetto al passato; in particolare fu introdotta la porpora di Cassio, un colore rosso a base di cloruro d’oro, che consentì di ottenere molte più tonalità e sfumature, dal rosa al porpora.
La famiglia Ferretti aveva cominciato la propria attività di fabbricazione di maioliche a Lodi dal 1725.
Il capostipite Simpliciano aveva dato l’avvio all’attività acquistando una antica fornace nel 1725 e, nell'aprile dello stesso anno, abbiamo testimonianza della piena attività dei forni (Novasconi-Ferrari-Corvi, La ceramica lodigiana, 1964, p. 26 n. 4). Simpliciano aveva avviato una produzione d’eccellenza anche grazie alla proprietà di cave di argilla in località Stradella, non lontano da Pavia. La produzione ebbe un tale successo che nel 1726 un decreto della Camera di Torino giunse a proibire l'importazione di ceramiche forestiere, soprattutto da Lodi, per tutelare la produzione interna (G. Lise, La ceramica a Lodi, Lodi 1981, p. 59).
Nelle fasi iniziali la manifattura produceva maioliche dipinte con tecnica “a gran fuoco”, spesso in monocromia turchina, con ornati derivati da moduli compositivi in voga in Francia a Rouen, anche grazie alla collaborazione di pittori della stregua di Giorgio Giacinto Rossetti, che poneva sui migliori esemplari il proprio nome accanto alla sigla della fabbrica.
Nel 1748 Simpliciano fece testamento (Gelmini, Maioliche lodigiane del '700 1995, p. 30) nominando erede universale il figlio Giuseppe Antonio (detto Antonio). Dopo il 1750, scomparso Simpliciano, Antonio si occupò direttamente della fabbrica di maioliche, elevandone le sorti fino a raggiungere una reputazione a livello europeo. Particolarmente importante fu proprio la già citata introduzione nel 1760 della innovativa lavorazione “a piccolo fuoco”, che, ampliando il repertorio ornamentale con temi floreali d’ispirazione sassone, poté competere commercialmente con le porcellane tedesche che avevano nel Deutsche Blumen naturalistico una delle sue proposte più rinomate.
Antonio Ferretti comprese e promosse questa tecnica e questo decoro, riproponendolo in una versione più fresca e corriva, meno legata alle tavole botaniche, in versione contornata o scontornata e anche in monocromia porpora o verde.
Dopo queste felici esperienze con l’introduzione di tecniche produttive più industriali, anche la manifattura Ferretti, nell'ultimo decennio del Settecento, si avvia verso la decadenza, nonostante i tentativi di adeguare la produzione al gusto neoclassico.
Nel 1796 la battaglia napoleonica per la conquista del ponte di Lodi sull'Adda compromise definitivamente le fornaci. La produzione riprese, anche se in maniera abbastanza stentata, fino alla scomparsa di Antonio il 29 dicembre 1810. (M. L. Gelmini, Maioliche lodigiane del '700 pp. 28-30, 38, 43 sgg., 130-136 (per Simpliciano); pp. 31 sgg., 45-47, 142-192 (per Antonio).
Bibliografia per la maiolica di Lodi:
- C. Baroni, Storia delle ceramiche nel Lodigiano, in Archivio storico per la città e i comuni del circondario e della diocesi di Lodi, XXXIV (1915), pp. 118, 124, 142; XXXV (1916), pp. 5-8;
- C. Baroni, La maiolica antica di Lodi, in Archivio storico lombardo, LVIII (1931), pp. 453-455;
- L. Ciboldi, La maiolica lodigiana, in Archivio storico lodigiano, LXXX (1953), pp. 25 sgg.;
- S. Levy, Maioliche settecentesche lombarde e venete, Milano 1962;
- A. Novasconi - S. Ferrari - S. Corvi, La ceramica lodigiana, Lodi 1964, ad Indicem;
- G. Gregorietti, Maioliche di Lodi, Milano e Pavia (catal.), Milano 1964, p. 17;
- O. Ferrari - G. Scavizzi, Maioliche italiane del Seicento e del Settecento, Milano 1965, pp. 26 sgg.;
- G. C. Sciolla, Lodi. Museo civico, Bologna 1977, pp. 69-85 passim;
- G. Lise, La ceramica a Lodi, Lodi 1981;
- M. Vitali, in Storia dell'arte ceramica, Bologna 1986, p. 251;
- M. A. Zilocchi, in Settecento lombardo, Milano 1991, pp. 492-496;
- M. L. Gelmini, in Maioliche lodigiane del '700 (cat. mostra Lodi), Milano 1995, p. 174 nn. 205-206.
- R. Ausenda, a cura di, Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche. Tomo secondo, Milano 2000, p. 213.
Questo pezzo fa parte della storia e dello stile: Maioliche: Storia, Tecniche e Valore.