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Corrado Giaquinto (Molfetta, 1703 – Napoli, 1766), Cherubini con chiodi della passione

Codice: 455130
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Época: Século XVIII
Categoria: religioso
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Corrado Giaquinto (Molfetta, 1703 – Napoli, 1766), Cherubini con chiodi della passione  
Descrição:

Corrado Giaquinto (Molfetta, 1703 – Napoli, 1766)  

Cherubini con chiodi della passione 

Bozzetto per il pennacchio della chiesa di San Giovanni Calibita a Roma

Olio su tela, cm 46 x 38,5 – con cornice, cm 62 x 53

Pubblicato in:  F. Petrucci ( a cura di), Dipinti tra Rococò e Neoclassicismo da Palazzo Chigi in Aricci e da altra raccolte, Gangemi Editore, 2013, pp. 100-101

Questo raffinato dipinto a olio su tela costituisce un prezioso bozzetto preparatorio eseguito da Corrado Giaquinto in vista della decorazione monumentale dei pennacchi della volta del transetto nella chiesa di San Giovanni Calibita a Roma. L'opera raffigura un gruppo di cherubini e putti fluttuanti tra le nubi, uno dei quali sorregge con delicata gravità i chiodi, iconici simboli della Passione di Cristo. L'intera impresa decorativa prevedeva, infatti, diverse schiere di angeli recanti i differenti strumenti del martirio che erano posti in immediata relazione filologica con il tema centrale della volta, che illustra la Trinità con Cristo morto. 

Nonostante la drammaticità del soggetto sacro, la tela si distingue per la straordinaria freschezza esecutiva tipica dei modelletti giaquinteschi. Il pittore risolve la composizione attraverso una tavolozza luminosa e vibrante, dove i forti contrasti chiaroscurali – come la veste di un rosso acceso che si staglia sul fondo scuro – si fondono sapientemente con la morbidezza degli incarnati e la fluidità dei panneggi aranciati e dorati. La stesura pittorica, rapida e compendiosa, è esplicitamente concepita per studiare la resa della luce e il complesso scorcio prospettico di sotto in su, elementi cardine che l'artista avrebbe poi tradotto magistralmente ad affresco. Nella realizzazione ad affresco si notano piccolissime differenze, quali l’assenza dell’angioletto in alto a sinistra e l’aggiunta del bastone e di altri due chiodi tra le mani dell’angelo al centro.

Il dipinto si colloca cronologicamente e stilisticamente nella prestigiosa commissione che impegnò Giaquinto tra il 1736 e il 1741 per il complesso decorativo della chiesa romana di San Giovanni Calibita, situata sulla suggestiva Isola Tiberina. Di origini antichissime, l'edificio era stato radicalmente ricostruito a partire dal XVII secolo e, nel Settecento, grazie all'intervento dell'Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, aveva assunto lo sfarzoso aspetto tardo-barocco e rococò che conserva tuttora. Giaquinto diede prova in questa impresa della sua piena maturità figurativa. L'inserimento di questa tela nel percorso creativo del maestro molfettese ne testimonia il rigoroso metodo di lavoro, basato su studi cromatici intermedi fondamentali per ottenere quell'effetto di aerea e scenografica leggerezza che lo rese celebre presso le committenze papali ed europee.

L'impresa di San Giovanni Calibita rappresenta uno dei vertici della parabola artistica di Corrado Giaquinto, superbo interprete del Rococò internazionale capace di traghettare la grande tradizione barocca verso una sensibilità più aggraziata, luminosa e pre-neoclassica. Formatosi inizialmente a Napoli sotto l'egida di Francesco Solimena, il pittore si era trasferito a Roma nel 1727, assimilando il classicismo di Maratta e l'espressività di Sebastiano Conca. Dopo i fecondi soggiorni a Torino al servizio dei Savoia, dove i suoi toni si erano fatti ancor più chiari e vicini al gusto francese, il successo romano si consolidò definitivamente proprio negli anni Quaranta, culminando con i grandiosi affreschi per la basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Questa straordinaria reputazione lo condurrà, nel 1753, alla corte di Madrid come Primer Pintor de Cámara di Ferdinando VI, dove dirigerà l'Accademia di San Fernando e decorerà il Palazzo Reale, prima di fare rientro in Italia e spegnersi a Napoli nel 1766. All'interno di questa parabola eccezionale, il presente bozzetto si configura come una testimonianza d'altissimo pregio del fare pittorico di un maestro assoluto del Settecento europeo.