Antonio Joli (Modena, 1700 circa – Napoli, 1777)
Capriccio architettonico
Olio su tela, cm 84 x 72
Cornice bicroma, cm 98,5 x 86
Scheda critica Prof. Giancarlo Sestieri
Il presente Capriccio architettonico, di superba qualità pittorica, è opera di Antonio Joli, come confermato da una comunicazione scritta di Roberto Middione, autore della monografia sul pittore del 1995, e da una perizia di Giancarlo Sestieri del 2005.
Di origini modenesi, lo Joli studiò nella città natale con Raffaello Rinaldi detto il Menia, pittore di prospettive e di architettura edotto sulla lezione del Codazzi. Una particolare predisposizione nel vedutismo lo introdusse ai modi di Paltronieri e di Bigari, che arricchirono il suo tirocinio emiliano. Verso il 1720 si trasferì a Roma, entrando in contatto con Giovanni Paolo Panini, una “conseguenza naturale” della sua formazione che diede lui modo di approfondire i presupposti della veduta, della prospettiva e della rovina classica; mancano documenti che attestino la frequentazione del maestro piacentino, ma la coppia di dipinti oggi custoditi presso il Museo Civico di Modena, già dalla collezione Campori in precedenza abbellente il gruppo antiquario Franciosi di Carpi, risulta una perfetta sintesi dello studio operato sulle contemporanee prove del Panini. Nel quinquennio trascorso a Roma l’originaria disposizione per il rovinismo e per gli allestimenti teatrali mutuata dai modi dei Bibiena si arricchì per lo Joli di aperture più scientifiche verso il genere di una veduta obiettiva e razionale. Come commenta Middione, le esperienze romane furono insomma “permeate come nessuna altra dei modi della scenografia teatrale”, risultando precocemente innestate sulla prima sedimentazione figurativa emiliana.
Entro il 1732 l’artista si recò a Venezia, dove rimase per dieci anni (salvo incursioni in altre città come Roma, dove nel 1740 fece da padrino al figlio di Paolo Anesi), entrando in contatto con le vedute del Canaletto. Nella città lagunare lavorò ancora principalmente come scenografo. Viaggiò quindi lungamente per l’Europa, raggiungendo prima la Germania e quindi Londra, dove visse tra il 1744 e il 1748; tra il 1750 e il 1754 risiedette a Madrid, città in cui ottenne numerosi riconoscimenti. Protagonista del suo tempo, si spostò nuovamente a Venezia, Roma e Napoli, dove fu richiesto come vedutista, scenografo del Teatro San Carlo e allestitore di feste ufficiali, sua attività d’esordio in giovane età. Morì a Napoli nel 1777 dopo aver raggiunto una straordinaria fama e
aver soddisfatto impeccabili commesse per i nobili pedine del Grand Tour. Lo storico giudizio del Lanzi è esplicativo al riguardo: “(…) fondato nelle teorie delle architetture passò in Roma, e nella scuola del Panini si formò uno dei più celebri pittori di architetture e di ornato”.
Il Capriccio è imperniato su una fantasiosa commistione di monumenti romani, alcuni dei quali ben riconoscibili, come l’Arco di Settimio Severo e la Colonna Traiana sulla destra. Le due celebri vestigia del passato imperiale sono poste in posizione leggermente arretrata, sulla destra, mentre in primo piano si scorge un’edicola distrutta con un gruppo di frammenti archeologici, dietro la quale vi sono quattro colonne scanalate con resti di trabeazione e timpano e, dietro ancora, altre tre, ispirate liberamente a quelle dei templi di Saturno e di Castore e Polluce. Secondo una tipologia comune al genere, tra i monumenti compaiono alberi, cespugli ed erbacce. Il dipinto è popolato da alcune figure: in primo piano vi sono due uomini in abiti contemporanei intenti a conversare, mentre un terzo, vestito d’azzurro, è mollemente adagiato su un frammento archeologico, forse un sarcofago, con un cesto di fiori accanto. Gli altri personaggi si trovano in posizione arretrata, di fronte all’arco di Settimio Severo: tra le figure si scorge un uomo a cavallo di una mula, seguita da un secondo animale. La resa pittorica è dolcemente sfumata su delicate tinte dagli effetti vicini al pastello.
Come sottolineato dal Sestieri, il presente dipinto è intimamente legato più al mondo del capriccio di gusto teatrale che a quello del vedutismo, in relazione alla formazione da scenografo del pittore modenese, che mescola liberamente gli spunti realistici forniti dalle rovine romane a guisa di scenario teatrale. Si tratta, in altri termini, di un esempio precoce di capriccio databile al primo soggiorno romano (1720-1725), espressione delle prime frequentazioni con il Panini, che all’inizio degli anni venti del Settecento non aveva ancora raggiunto un livello di compiutezza. A conferma della cronologia intorno alla metà del terzo decennio, si può confrontare il presente con l’Incendio di Troia e il pendant Sansone abbatte i templi dei Filistei, realizzati subito dopo il lustro trascorso a Roma ed entrambi conservati presso la Galleria Campori di Modena.
Comunicazione scritta del prof. Roberto Middione, 17 ottobre 2005
Perizia del prof. Giancarlo Sestieri, 8 novembre 2005
Pubblicato: SESTIERI G., 2015, Il Capriccio architettonico in Italia tra XVII e XVIII secolo, Roma, p.251 (fig. 25)
Questo pezzo fa parte della storia e dello stile: Paesaggio con rovine: Guida all'arte e alla storia.