Ignazio Lo Giudice (attivo XVII-XVIII)
Martirio di San Lorenzo
cera policroma, materiali diversi cm 70 x 79 1710 ca.
Provenienza: Palermo, collezione Alessi
La scena, inserita in uno spazio delimitato da alberi-quinta, ritrae il martirio di San Lorenzo, episodio frequentemente preferito tra le rappresentazioni relative al martire di origine spagnola, ma qui fortemente laicizzato, quasi del tutto privo della componente drammatica richiesta dall’evento. Il santo è posto sulla graticola ed è in atto di voltarsi sull’altro fianco richiamando alla memoria la sua osservazione fatta durante il supplizio: “Guardate se sono cotto a sufficienza su questo lato, e voltatemi e cuocetemi dall’altro” (cfr. J. Hall, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Milano 1989, pp. 181-183). Ha attorno i suoi aguzzini, uno dei quali alimenta il fuoco, mentre centralmente assiste alla scena il prefetto con un altro testimone. Sovrasta la raffigurazione un puttino alato svolazzante. L’interessante opera, da ascrivere a Ignazio Lo Giudice, è una delle poche pregevoli testimonianze rimaste della enorme produzione di manufatti in cera dei secoli XVIII e XIX. Tale dispersione, come ha osservato Antonino Uccello, è dovuta sia alla fragilità della materia sia alla poca attenzione prestata a questa forma d’arte, considerata espressione di un artigianato minore (A. Uccello, Il presepe popolare in Sicilia, Palermo 1979, pp. 64-67). L’abile ceroplasta è uno dei componenti della famiglia Lo Giudice, attiva o proveniente dalla città di Agrigento tra la fine del XVII secolo e i primi decenni del successivo, fino a poco più di un decennio fa del tutto ignorata e riscoperta grazie al ritrovamento di numerose opere datate e firmate in collezioni private e conventuali e presso il mercato antiquario (S. Grasso - M.C. Gulisano, Mondi in miniatura le cere artistiche nella Sicilia del Settecento, Palermo 2011, pp. 53-68; R.F. Margiotta, Lo Giudice Ignazio, in Arti decorative in Sicilia. Dizionario biografico, a cura di M.C. Di Nata- le, Palermo 2014, I, p. 373). Come osservano Santina Grasso e Maria Concetta Gulisano: “Nessuna indicazione ci viene dalla dislocazione delle opere, che ritroviamo sia nel palermitano che nell’agrigentino, ma l’assenza di una tradizione ceroplastica documentata nella città dei templi” potrebbe far propendere per l’ubicazione della bottega dei Lo Giudice a Palermo anche se i manufatti pervenuti mostrano peculiarità tecniche e stilistiche differenti dalla coeva produzione palermitana (S. Grasso - M.C. Gulisano, Mondi in miniatura..., 2011, p. 53). La capacità tecnica dell’artista si coglie nell’opera in esame nella resa dei particolari, specialmente nella definizione degli abiti minuziosamente impreziositi in oro zecchino. Questi dettagli, oltre alla posa e alla gestualità dei personaggi, contribuiscono a creare, come in altre simili rappresentazioni, quasi l’effetto di una recitazione teatrale più che a rievocare una scena a carattere esclusivamente sacro. L’opera, già presso la Galleria romana Carlo Virgilio & Co., ascritta al Lo Giudice e datata al 1710 circa, ma ricordata come Martirio di San Bartolomeo, era stata resa nota da Aleth Mandula (Incarner les mystères de la foi. Proto-Dioramas, une histoire religieuse, in Dioramas, catalogo della mo- stra [Paris, Palais de Tokyo, 14 giugno-10 settembre 2017; Francfort-sur-le-Main, Schirn Kunsthalle Frankfurt, 6 ottobre 2017 - 21 gennaio 2018] a cura di K. Dohm, C. Garnier, L. Le Bon, F. Ostende, Paris 2017).
Il primo dei manufatti ricondotti all’artista agrigentino è la Visione di Sant’Eustachio inserita all’interno di un tableau, con dentro un cartiglio portante l’iscrizione: “Artis medicine D(octo)r D(on) Ignatius di lo Giudi- ce Agrigentinus / 1712” (S. Grasso - M.C. Gulisano, Mondi in miniatura..., 2011, p. 53; R.F. Margiotta, Un inventario di don Aurelio Bona Fardella, barone di Giardinello, in Itinerari d’arte in Sicilia, a cura di G. Barbera e M.C. Di Natale, Napoli 2012, pp. 202-203), professione che gli aveva probabilmente fatto acquisire esperienza nella ceroplastica applicata agli studi di anatomia. Il pregevole manufatto, ancora custodito dalla famiglia Bona di Giardinello, è da identificare con una della cinque “scaffarate con sue cornici d’ebbano intagliate e dorate d’oro di zecchina in una delle quali vi è santa Rosalia con suo piedestallo”, quest’ultima purtroppo trafugata qualche decennio fa, elencate nell’inventario post mortem di don Aurelio Bona Fardella, barone di Giardinello ed accademico del Buon Gusto, datato 9 dicembre 1774 (R.F. Margiotta, Un inventario..., in Itinerari..., 2012, pp. 202-203). Alla stessa serie appartiene San Girolamo nel deserto, pure inserito in uno spazio scenico delimitato da una folta vegetazione, che si differenzia dalla Visione di Sant’Eustachio soprattutto per una cromia più smorzata probabilmente per simulare l’ambientazione desertica (S. Grasso - M.C. Gulisano, Mondi in miniatura..., 2011, p. 57).
Per le forti affinità con le opere sopra citate, sono state riferite ad Ignazio Lo Giudice quattro composizioni in cera, inserite in altrettante bacheche, vendute presso la Casa d’Aste Semenzato, provenienti da una collezione privata di Sciacca in provincia di Agrigento (Ibidem) e attribuite fino a quel momento ad Anna Fortino (1673-1749), abile modellatri ce in cera palermitana (F. Chiappisi, Arte ceroplastica, in Sciacca città degna, Sciacca 1984, pp. 131-137, in part. 130-131; Idem, Arte ceroplastica in Val di Mazara nei secoli XVIII e XIX, in “Trapani. Rassegna della provincia”, a. XXIX, n. 261, 1985, pp. 13-24, in part. p. 21. Sull’artista si veda M. Vitella, Fortino Anna, in Arti decorative..., 2014, I, p. 256 con prec. bibl.). I raffinati manufatti, ricordati come la Strage degli innocenti, San Martino che offre il mantello al povero (?), il Martirio di San Sebastiano e Santa Rosalia (Semenzato Casa d’Aste, Mobili dipinti ed oggetti da collezioni napoletane e del Regno delle due Sicilie, Ercolano 16 giugno 2000, lotto n. 244), in realtà Santa Maria Maddalena in preghiera, quest’ultima datata 1705, potrebbero trarre ispirazione, come è stato già osservato, dai famosi teatrini di Giacomo Serpotta o da “quelle forme di rappresentazioni teatrali - commedie letterarie e sacre rappresentazioni fino alla commedia dell’arte - che a quel tempo riscuotevano grande successo” (cfr. S. Grasso - M.C. Gulisano, Mondi in miniatura..., 2011, pp. 57-58). Vi affiora il ricordo “di quel mondo irreale e fantastico descritto nei poemi cavallereschi” che tanto successo riscosse nei secoli passati, “non solo in campo letterario, ma anche in quello musicale e delle arti visive, un repertorio diffusosi a livello di immagini anche in Sicilia attraverso una vasta circolazione di stampe illustranti i poemi dell’Ariosto e del Tasso” (Ibidem).
Tra le opere ricondotte a Ignazio Lo Giudice si ricorda la Stigmatizzazione di San Francesco, realizzata nei primi decenni del XVIII secolo e custodita nel convento dei Padri Cappuccini di Caccamo, che per manomissioni recenti non custodisce più l’originario cartiglio con i riferimenti al suo autore, visibile, invece, in una foto d’archivio del 1981, ma a lui riferibile per le forti affinità con altri manufatti di attri- buzione certa (S. Grasso - M.C. Gulisano, Mondi in miniatura..., 2011, p. 65).
Nicola e Vincenzo Antonio Lo Giudice, componenti della stessa famiglia, firmano rispettivamente nel 1702 due composizioni in cera inserite in ricche
3. Ignazio Lo Giudice, Strage degli innocenti, 1705, mercato antiquario
4. Ignazio Lo Giudice, San Martino mostra la croce ai nemici, 1705, mercato antiquario
rappresentazioni paesaggistiche del monastero be- nedettino di San Martino delle Scale presso Monre- ale. Le due teche recanti le firme accolgono Il Riposo durante la fuga in Egitto e la Stigmatizzazione di San Fran- cesco, a queste vanno affiancate altri due tableaux privi dell’indicazione degli artisti, San Sebastiano e un Santo martire, ma che per le affinità di linguaggio possono essere ascritti alla stessa prolifica bottega (S. Gras- so - M.C. Gulisano, Mondi in miniatura..., 2011, pp. 62-64).
Le assonanze stilistiche con alcune opere di Caterina De Jiulianis fanno ipotizzare contatti dei ceroplasti siciliani con l’ambiente partenopeo se non addirittu- ra una conoscenza diretta di quest’ultima artista (S. Grasso - M.C. Gulisano, Mondi in miniatura..., 2011, pp. 67-68).
Rosalia Francesca
Questo pezzo fa parte della storia e dello stile: Il Settecento: Arte, Cultura e Società.