Cod: 190969
Allegoria del Tempo Louis Dorigny
Autore : Louis Dorigny
Epoca: Seicento
Restauri: Ottimo stato di conservazione
Dipinto olio su tela dalle dimensioni di 247 x 157 cm senza cornice e di 255 x 165 cm con cornice, raffigurante un Allegoria del Tempo del pittore Louis Dorigny (Parigi, 1654- Verona, 1742).
 
L’opera in esame ospita un’ambiziosa scena allegorica, in cui il Tempo, impersonato da un vecchio, viene sopraffatto da due giovani donne, identificabili nella Speranza e nella Bellezza. Queste, insieme a Cupido, impersonato dal fanciullo all’estrema destra, vogliono celebrare un precisa sfera di valori, destinati a trionfare sull’oblìo.
L’ambiziosa composizione è una delle rarissime opere eseguite da Louis Dorigny (Parigi, 1654- Verona, 1742), pittore francese adottato dalla Serenissima, dove si trasferisce stabilmente dal 1678, celeberrimo per i suoi cicli decorativi, che lo resero il protagonista del secondo Seicento a Venezia (affreschi per le famiglie Manin e Ca’ Tron).

Figlio dell’incisore Michel Dorigny e nipote di Simon Vouet, il maestro decide di trasferire in Laguna i valori del classicismo francese ma con gli elementi stilistici e la tavolozza cromatica che rivelano, invece, in modo palese, il clima culturale veneziano, caratterizzato da una stesura veloce e da un pathos nell’esecuzione del tutto estraneo all’ispirazione transalpina.
Il Dorigny abbandona molto presto il paese natìo, lasciando Parigi in favore di Roma all'età di diciannove anni (1671). L'Italia, in realtà, era meta abituale per i giovani artisti francesi più promettenti e, nel caso di Nostro, il talento si univa ad un indiscusso privilegio di nascita, che lo vedeva figlio del pittore ed incisore Michel (Saint-Quentin, 1616- Parigi, 1665), nonché nipote di Simon Vouet (Parigi, 1590- 1649), indiscusso protagonista del Grand Siecle.
 
La fama di quest'ultimo aveva valicato ben presto le Alpi per diffondersi all'Europa intera attraverso le incisioni, non risparmiando Venezia che, per quanto fisiologicamente poco incline al magniloquente classicismo del maestro, dimostra di apprezzarne i temi, come ci tramanda un'incisione di Joseph Wagner (Thalendorf, 1706- Venezia, 1780), raffigurante la Madonna della Rosa.
I palati dei committenti, tuttavia, erano già avvezzi a tali contaminazioni, avvenute grazie al contributo dei pittori stranieri di passaggio o di stanza nel capoluogo lagunare, com'era appunto accaduto per il Dorigny, che vi si trasferisce nel 1678.
Il momento era senza dubbio favorevole, in quanto il gusto si andava strutturando in un humus privo di solidi riferimenti autoctoni, cui si sommava l'eco di importanti esperienze, quali il ruolo di rettore ufficiale presso la corte di Versailles svolto da un membro della famiglia Comaro a fine Seicento. Parallelamente la presenza del celebre intellettuale francese Charles Patin (Parigi,1633- Padova,1693) a Padova nello stesso periodo, rappresentò un incentivo diretto al successo dell' arte transalpina e del nostro rispetto alla committenza.
Il pennello di Louis seduce la nobiltà veneziana, che gli commissiona importanti apparati decorativi per i propri palazzi e le cappelle private, tra cui vanno ricordati gli affreschi per Ca' Tron e l'intervento presso la cappella votiva fatta erigere dai Manin all'interno della chiesa di Santa Maria di Nazareth.
 
A decretare il successo del giovane artista tra le acque della Laguna non erano gli accenti del barocco romano, quanto piuttosto la peculiare vocazione classicista di matrice gallica, che sapeva conferire agli apparati celebrativi aristocratici quello che i loro committenti desideravano, ovvero la legittimazione figurativa del proprio ruolo attraverso il buon disegno. Questa specificità espressiva, abilmente esercitata dal nostro pittore, rappresenta la chiave di una fortuna duratura e consolidata, che lo porterà a Padova, Udine, Bergamo e Verona, dove si trasferì fmo alla morte (1742), non rinunciando, tuttavia, ad un soggiorno viennese (1711) su incarico di Eugenio di Savoia, che aveva richiesto il suo intervento per affrescare il suo palazzo d'inverno.
La febbrile attività legata agli apparati decorativi aveva, necessariamente, limitato la produzione di opere da cavalletto, che ad oggi risultano molto rare.
A fronte di ciò riesce ancora più apprezzata la comparsa di dipinti come quello in esame, da considerarsi una vera e propria "pietra miliare" per la biografia artistica di Louis, che si cimenta in una tela di grande formato dall' ambizioso soggetto.
 
La composizione ospita, infatti, un'Allegoria in cui il Tempo (Satumo), raffigurato come un vecchio con le ali, che, costretto a terra, è sopraffatto da due donne, personificazioni di Venere (dea dell' amore) e della Speranza, che cercano, insieme a Cupido, di strappargli le ali, per sconfiggerlo. Sopra di essi due angeli con la tromba celebrano il loro trionfo, a rappresentare la forza dei sentimenti rispetto all' oblìo.
L'inventio deriva da un capolavoro di Simon Vouet eseguito nel 1645 ed attualmente al museo di Berry, a Bourges, di cui Michel Dorigny realizzò l'incisione nel 1646, accompagnandola con un'esaustiva didascalia:
Spes Amor atque Venus Saturnum Vellere plumas certant raptorem airipiunque suum
Speranza e amore combattono con Saturno per strappargli le piume e si contendono il loro rapitore.
 
Il nostro artista ne aveva riprodotto con accuratezza la tavola, per esercitarsi in vista dell' esecuzione su tela, come ci tramanda un disegno pervenuto insieme all'opera oggetto del presente studio, che ne riproduce anche l'intera didascalia con l'aggiunta di un'ulteriore riferimento cronologico, ovvero la data 1688.
In quell'anno, quindi, il maestro andava confezionando l'ambizioso saggio pittorico, cui apporta, tuttavia, alcune modifiche rispetto alla stampa, ravvisabili nella razionalizzazione degli orpelli decorativi sulla base della colonna e l'omissione del tridente (attributo del dominio che la divinità esercitava sul mare, oltre che sul cielo e sulla terra) ai piedi di Saturno.

La tecnica pittorica, sciolta e fluida, esprime l'adesione del suo artefice al clima culturale veneziano, cui rimanda peraltro la fisionomia del putto all'estrema destra, assai diversa dal prototipo e pregna di palpitante luminismo. Nel registro cromatico, dove l'intensità del rosso e del blu si stempera in digradanti tonalità pastello, è possibile intravvedere i germi dell'incipiente Settecento, che di lì a poco animeranno le tele dei grandi figuristi della Serenissima, a partire da Antonio Balestra (Verona, 1666-1740), che condivide con il Dorigny molti ingredienti stilistici e formali.
Tornando alla specificità tematica della nostra grande tela, non possiamo esimerei dal sottolineare l'importanza filologica di questa squisita rappresentazione assai apprezzabile come documento pittorico dell' estetica veneziana ricco di fascino ed interesse.
 
L'opera, come ogni nostro oggetto, viene venduta corredata da un certificato di autenticità fotografico; questo documento identifica l'oggetto apportando un valore aggiunto all'articolo.
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Dr. Riccardo Moneghini
Esperto in pittura antica - perito del tribunale
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