Cod: 278825
Il Parnaso, XIX secolo, da Raffaello Sanzio (1483 – 1520)
Epoca: Ottocento
prezzo: € 6.000

XIX secolo, da Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma, 1520)

Il Parnaso

Olio su tela, cm 65,5 x 100

Cornice cm 95 x 129

 

Il Parnaso raffaellesco, manifesto insuperato del classicismo in campo artistico, fu concepito quale summa culturale e sociale, nonché politica e celebrativa delle glorie papali. L’affresco venne eseguito da Raffaello e aiuti tra il 1509 e il 1510, a seguito del completamento delle scene con La disputa del Sacramento e La Scuola di Atene; al Parnaso seguiranno i freschi con le Virtù Cardinali e Teologali e la Legge (1511). La stanza del Palazzo Apostolico ospitante questo inno all’umanesimo più convinto ricevette il nome di “Segnatura” più tardi, quando il maestro delle cerimonie apostoliche Paride Grassi ne stigmatizzò, nel titolo, la reiterata adunanza giuridica che dalla metà del XVI seguitò qui a riunirsi, la Segnatura Gratiae et Iustitiae, Tribunale della Santa Sede. Il programma figurativo sulle pareti ne rammenta tuttavia l’originaria destinazione di biblioteca e sala studio privata dell’appassionato Giulio II, almeno sino al 1513, e di concomitante stanza della musica con il successore Leone X (1513-1521). Nella Stanza si dispiegano trionfalmente le allegorie delle tre massime categorie sondabili dallo spirito umano tramite l’ispirazione divina, ovvero il Vero, distinto in sovrannaturale (Disputa del Ss. Sacramento) e terreno (Scuola di Atene), il Bene (Virtù Cardinali e Teologali e la Legge) e il Bello (Parnaso). Il Bello offre platonicamente una congerie dei più grandi letterati e poeti del mondo occidentale, accerchianti Apollo dio della poesia, “laureato” con il laurus-alloro calcato sulla testa, al pari degli ispirati. Apollo sta diffondendo l’afflato ispiratore della poesia tramite una lira da braccio, sostenuta con solida disciplina; all’attorno, le nove Muse si occupano di diffondere questo spirito ai poeti che circondano: ai lati del dio sono riconoscibili da sinistra a destra Calliope (elegia) ed Erato (poesia amorosa), metaforicamente a capo dei due gruppi che seguono arretrati, nei quali si sono ravvisate criticamente Talia (commedia), Clio (storia ed epica) ed Euterpe (poesia lirica) a sinistra e Polimnia (mimo), Melpomene (tragedia), Tersicore (lirica corale) e Urania (astronomia) a destra. Le Muse risultano mancanti dei tradizionali attributi in ragione del modello scelto da Raffaello per rappresentarne le fattezze, un sarcofago romano detto delle Muse (280-290 d.C.) oggi conservato presso il Museo Nazionale Romano in Palazzo Massimo alle Terme. Nei poeti che seguono la critica artistica ha variamente riconosciuto diverse personalità, concordando che, al pari di quanto accaduto per la Scuola di Atene, Raffaello si fosse servito di sembianti in parte contemporanei, in parte di rinomata fama antica, per meglio concretizzare il proprio programma figurativo. A sinistra si riconoscono così Saffo, seduta e con un cartiglio in mano che la identifica, quindi Alceo, dalla testa vòlta, in dialogo con Corinna, Francesco Petrarca dietro l’albero e Anacreonte; poco sopra Ennio, seduto, che trascrive la tradizione orale riportata da Omero, cieco; dietro questi, Dante e Virgilio, che si osservano a vicenda, mentre Virgilio indica la via da seguirsi, quella delle Muse, e Stazio accanto. Oltre il gruppo delle muse, sempre sul pianoro, Tebaldeo (o Michelangelo oppure Baldassarre Castiglione), con un mantello rosso, il viso di Boccaccio in dialogo con l’Ariosto, tra i due Tibullo; scendendo Properzio, Ovidio in grigio e Jacopo Sannazaro, osservato da Orazio seduto. 

La scelta del soggetto ripreso, nel presente restituìto con eccellente candore, ne colloca l’autore entro la cerchia variamente purista e nazarena, in virtù dell’adozione dell’evidente accademismo lirico e classicheggiante, che è pagano soltanto a prima vista. Si tratta infatti di un paganesimo che si mette al servizio del messaggio cristiano, in una rilettura erudita dei miti antichi, ricordati con amorosa devozione ma - e in questo la scelta di Dante è dirimente – messi al servizio del nuovo mondo rinascimentale, dove sentimento religioso e codice umanesimo sono fatti coincidere per nobilitare intellettualmente l’uomo.

Coeve al presente, si ricordino le restituzioni con il Parnaso eseguite da Anton Raphael Mengs (1728-1779) nel 1761 per villa Albani a Roma, Samuel Woodforde (1763-1817) nel 1804 (collezione privata), Pierre Paul Prud'hon (1758-1823), in collezione privata e dall’affresco di Andrea Appiani, eseguito nel 1811 per la Villa Reale milanese, oggi Galleria d'Arte Moderna (GAM), nonché dal nazareno Heinrich Maria von Hess (1798-1863) nel 1826, tutte sintomatiche delle suggestioni mitiche che il soggetto del monte delle Muse era ancora in grado di offrire.

 

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