Cod: 278812
Transverberazione di Santa Teresa d’Avila, XVII secolo
Epoca: Seicento
prezzo: € 2.800

XVII secolo, Scuola romana

Transverberazione di Santa Teresa d’Avila

Terracotta finita a stecca, cm 40 x 30

Iscritta in basso a destra “…Carm. Scalz…”

La mistica cattolica descrive la transverberazione (o trasverberazione) quale trafittura del cuore per mezzo di dardo, freccia o lancia, effettuata da Cristo o da un suo angelo emissario; il latino transverberare, “trafiggere”, ne esplica la modalità repentina ed irruenta, tanto che l’accadimento è stato tràdito dalla letteratura cristiana anche come assalto del Serafino, già di per sé essere ardente nell’amore per Cristo, oppure ferita d’amore. Episodio emblematico risulta essere quello narrato da Santa Teresa d’Avila entro le proprie memorie, assurto nell’iconografia artistica a modello precipuo per la rappresentazione di un momento così intimamente e spiritualmente insondabile; tra tutte, ricavò massimo onore l’immagine inventata da Gian Lorenzo Bernini per la cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria romana (1645). L’opera venne tradotta in marmo e bronzo dorato, limitatamente ai raggi divini irradiati dal cielo, e concepita quale fulcro dell’edicola che la ospita, quasi si trattasse di un boccascena teatrale, e i ritratti oranti dei membri della famiglia Cornaro fossero siti in palchetti di un’operistica barcaccia. Questa concezione prospettica serviva a meglio indirizzare l’attenzione dello spettatore, caricando la portata emotiva della scultura, in linea con gli spettacolari dettami barocchi della Roma di Urbano VIII Barberini (1623-44), Innocenzo X Pamphilj (1644-55) e Alessandro VII Chigi (1655-66). 

Nativa della città di Avila, in Spagna, la vita di Santa Teresa si dipanò appena un secolo precedente al gruppo berniniano –forse derivante dall’Apparizione di Cristo a Santa Margherita da Cortona di Giovanni Lanfranco (1622), commessa da Ferdinando II per la chiesa di Santa Maria Nuova a Cortona ed oggi nelle collezioni di Palazzo Pitti. La precoce lettura, in compagnia del fratello Rodrigo, degli Acta Martyrum portò Teresa fanciulla a rigettare quel fasto che le assicurava la nobiltà della famiglia, e a ricercare pericolosamente la morte tra le fila dei Mori infedeli, così da incontrare immediatamente Gesù. Scampatane grazie all’intervento della famiglia, decise di ritirarsi a vivere nel giardino di casa, in una piccola cella che già ne prefigurava la dedizione al romitaggio. Una volta cresciuta, Teresa si ritirò nel Monastero dell’Incarnazione sul Monte Carmelo (Avila), entrando così nell’Ordine Carmelitano spagnolo; successivamente una grave malattia la allettò nella casa paterna, dove sembrò che la futura santa avesse allentato la devozione fedele. Una tempestiva visione la fece rinsavire, convincendola alla riforma dei monasteri carmelitani sia maschili che femminili; si accostò a Giovanni della Croce, dotto e santo, e fondò nel 1562 San Giuseppe, primo monastero riformato. Teresa fu eletta a “madre degli spirituali”, ossia di quanti andassero ricercando l’unione con Dio, quindi proclamata santa (1622) e dottore della Chiesa (1970). 

Nella presente terracotta, pazientemente rifinita a stecca nel profondo drappeggio dei mantelli dei figuranti e nelle vorticose nubi che portano gli angeli a terra, si figurano due angeli divini accorsi per il tocco del dardo nonché capo di un piccolo cherubino sulle nuvole ancora alte. L’istante figurato può essere doppiamente inteso quale istante immediatamente precedente alla trafittura, in cui la santa accoglie estatica il dono divino, aiutata dal secondo angelo che ne perviene l’emozione, sulla scorta berniniana, oppure il momento successivo, in cui la freccia va ritraendosi e la santa non regge alla maestosità ultraterrena. L’opera presenta un’iscrizione sul limitare inferiore destro, che con la dicitura CARM. SCAL fa riferimento all’Ordine dei Frati carmelitani Scalzi, derivato dalla riforma sopraddetta dell’ordine carmelitano (1562) promossa proprio da S. Teresa nel monastero femminile di San Giuseppe d’Avila, imitata da S. Giovanni della Croce per quello maschile di Duruelo (1568). 

Jacopo Palma il Giovane (1549-1628) aveva eseguito per la Chiesa romana di San Pancrazio fuori le mura una Santa Teresa in cui compaiono, al pari del presente, due angeli dalle fattezze adulte e il Cristo stesso, donde si dipanano i raggi divini. Più tardi il fiammingo Guglielmo Borremans (1672-1744) rinnoverà tale iconografia, dipingendo nel 1772 una concitata Santa Teresa per la Chiesa di Santa Teresa alla Kalsa. 

 

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