Cod: 278298
Flagellazione di Cristo, Scuola romana, fine XVI secolo
Epoca: Seicento
prezzo: € 4.800

Fine XVI secolo, Scuola romana
Flagellazione
Olio su tela, cm 114 x 87

Scudo araldico in basso al centro sormontato da A. M. e data 1596 a lato

La Flagellazione identifica un preciso momento della Passione di Cristo, descritto in tutti i Vangeli canonici. Il tema iconografico, detto anche Cristo alla colonna, ebbe larga diffusione a partire dal Rinascimento, anche in immagini isolate destinate alla devozione privata. Esso divenne infatti, insieme al Cristo deriso, uno spunto privilegiato di meditazione sulle atroci offese subite dal Redentore durante la Passione. Come narrato nelle Sacre Scritture ogni anno in occasione della Pasqua ebraica era concessa la liberazione di un prigioniero. La folla, riunita nel sinedrio, istigata dai sacerdoti, scelse il ribelle Barabba condannando Gesù alla crocifissione con l’assenso di Ponzio Pilato, il quale ne ordinò la pubblica fustigazione. Spogliato della tunica bianca e coperto solo da un perizoma, il Salvatore venne legato a una colonna e battuto con verghe: secondo la tradizione ebraica egli subì quaranta colpi. Gli sgherri rappresentano tipi umani di estrema ferocia e crudeltà e il pubblico, che a volte assiste alla scena, richiama l’attenzione sui “cattivi giudei” stigmatizzati dalla propaganda cattolica. La testa coronata di spine, china in dignitosa sopportazione, prefigura la Crocifissione. La composizione di chiara matrice manierista rievoca elementi della pittura di metà Cinquecento, di cui peculiari sono i colori aciduli e le tinte sgargianti, seriche e brillanti, che modellano le corte vesti sui muscolosi corpi degli sgherri. I loro volti sono compassati, fermi nella loro malvagità per accentuarne i sentimenti, così come il corpo di Cristo, piegato dal dolore è di un pallore ultraterreno. Una folla di astanti riempie di muta cacofonia la scena, spicca il volto dell’uomo con il turbante, che rimane silente e osserva con insistenza il bruto che alza il braccio contro Cristo. Il pavimento a scacchiera venato in marmo conduce otticamente al perno della tela, la colonna, mentre sullo sfondo si apre un’architettura. Esempi di tal sorta si ritrovano nell’ambito romano manierista con influenze nordiche (si veda la Flagellazione di Denijs_Calvaert, Bologna Pinacoteca), nelle opere di mano di Marcello Venusti (1510-1579) e Marcantonio del Forno (notizie fino al 1574) e in particolare di Taddeo Zuccari (1529-1566), autore di un affresco di analogo soggetto nella Cappella Mattei in Santa Maria della Consolazione, e Federico Zuccari (1539-1609). Taddeo fu molto influenzato dal Correggio e da Raffaello. Nel 1548 gli venne commissionata la decorazione di una delle case della famiglia Mattei nell'omonima piazza in Roma. Nel 1550 i suoi genitori giunsero a Roma con suo fratello minore Federico, in occasione del Giubileo promulgato dal papa Giulio III. Taddeo all'epoca era già molto noto per la sua bravura e la sua serietà professionale tanto che la sua fama giunse a Guidobaldo II Duca di Urbino. Il Duca dovendo terminare le facciate della Cappella del Duomo, lo richiamò in patria. Ad Urbino Taddeo fu accolto con molta cortesia dal Duca il quale gli spiegò il lavoro che avrebbe dovuto svolgere nella suddetta Cappella. Tra le sue opere principali e più ammirate vi è il ciclo nella villa di Caprarola, commissionato dal cardinale Alessandro Farnese, portato a termine con l'aiuto del fratello. I due nella Villa Farnese utilizzano un sistema compositivo a quadri riportati già usato largamente da Raffaello e Giulio Romano. Federico Zuccari fu richiamato anch’egli a Roma da papa Gregorio XIII per continuare la decorazione della Cappella Paolina in Vaticano, iniziata da Michelangelo e per rifare gli affreschi della Sala dei Chiaroscuri. La Flagellazione realizzata per l’Oratorio del Gonfalone è l’unico affresco di tutto il ciclo con le Storie della Passione che reca la data, quella del 1573, di mano di Taddeo. In basso è rappresentato lo stemma del cardinale Girolamo Mattei, committente dell’opera. Per la sua realizzazione lo Zuccari si rifà sicuramente alla Flagellazione di Sebastiano del Piombo in San Pietro in Montorio, mentre i personaggi sono citazioni di Raffaello e Piero della Francesca.

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