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Dipinti antichi

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Coppia di Dipinti raffiguranti fanciulli con frutta

Roma fine seicento e prima metà del settecento

 Coppia di Dipinti raffiguranti fanciulli con frutta

Abraham Brueghel - (Anversa 1631-Napoli1697) "Natura Morta"

Dipinto ad Olio su tela raffigurante "Natura Morta con pappagallo" - Ottimo stato di conservazione, cornice seicentesca in oro zecchino traforata. Il dipinto è firmato sul retro della tela originale. Misure: cm. 82 X 106

Perizia scritta Dott. Alberto Cottino

 Abraham Brueghel - (Anversa 1631-Napoli1697)

Apollonio Domenichini Maestro della Fondazione Langmatt - (Venezia 1715-c.-1770) "Veduta di Venezia"

Dipinto ad Olio su tela raffigurante " Veduta della piazzetta di San Marco con,sullo sfondo, l'isola di San Giorgio a Venezia" - Ottimo stato di conservazione, cornice veneta in oro zecchino coeva. Misure: cm 72 X 111

Perizia Scritta Prof.Filippo Pedrocco, Direttore Museo Cà Rezzonico - Venezia

 Apollonio Domenichini Maestro della Fondazione Langmatt - (Venezia 1715-c.-1770)

Veduta del Campo dei Santi Giovanni e Paolo - Veduta del Canal Grande con il Ponte di Rialto

GIOVANNI GRUBACS
(Venezia, 1830 – Pola, 1919)

Veduta del Campo dei Santi Giovanni e Paolo
Veduta del Canal Grande con il Ponte di Rialto


Coppia di oli su tela, cm 26x35


Le due raffinate, piccole vedute veneziane, databili alla metà dell’Ottocento, sono testimonianza rilevante dello stile di un pittore, la cui famiglia è di origine dalmata, all’epoca alquanto apprezzato presso l’Accademia di Belle Arti della città lagunare, alle cui mostre partecipò, quasi ad ogni rassegna, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta.
La sua formazione quale vedutista, come risulta evidente anche nel nostro pendant, risente ancora dei moduli settecenteschi, da Canaletto a Guardi a Bison, filtrata però dai più aggiornati orientamenti di gusto in ambito veneziano, e soprattutto dall’acuto realismo e dal nascente, raffinato orientalismo di un Ippolito Caffi, ad anticipare l’immagine della città scaturita, più in là nel tempo, da Ruskin, Proust, Fortuny.
La vena sottilmente nostalgica del Grubacs è riconoscibile nella resa quasi evanescente e “filtrata” delle visioni, caratterizzate altresì da un moderno tono romantico e familiare che si accompagna a raffinati effetti di trasparenze cromatiche; la profondità delle ombre accresce la suggestione delle telette, esaltando peraltro il dinamismo, vivo e verosimile, delle piccole figure, caratterizzate da un tono più prosaico rispetto all’aulica tradizione del Settecento veneziano.

 

GIOVANNI GRUBACS

 Veduta del Campo dei Santi Giovanni e Paolo - Veduta del Canal Grande con il Ponte di Rialto

Veduta del lago di Pusiano

ACHILLE BEFANI, FORMIS
(Napoli, 1832 – Milano, 1906)

Veduta del lago di Pusiano


Olio su tela, cm 196x242

 

Firmato in basso a destra Formis

In cornice coeva.


L’ampia tela inquadra un idillico frammento paesaggistico, solo apparentemente
casuale, tra le colline ed i laghetti prealpini dell’alta Brianza.
Il pittore, sulla scia della grande tradizione del cosiddetto Impressionismo lombardo, che annovera Mosè Bianchi e Pompeo Mariani come i suoi maggiori esponenti, riprende en plein-air uno scorcio altamente poetico, nel quale predomina l’assoluta quiete del primo piano, evidenziato con il massimo rilievo dal Formis, che tende, con marcata originalità, a slontanare la visione per accentuare la descrizione, a rapidi tocchi di colore puro, degli elementi vegetali sulla sinistra e della superficie grigia e specchiante, dell’acqua, al centro e sulla destra.
Un accordo sinfonico di tonalità verdi e brune morbidamente fuse accompagna la definizione di maestose chiome arboree, proiettate verso il cielo, ampio e quasi incombente nella visione dal sotto in su, nel quale il maestro crea l’effetto di umidità delle nubi con un virtuosismo che oseremmo definire quasi prodigioso; il solitario e lento muoversi della barca riecheggia altresì motivi segantiniani, proprio laddove il maestro trentino soggiorna in Brianza (si veda la celebrata tela de L’Ave Maria a trasbordo).

 Veduta del lago di Pusiano

Paesaggio invernale

LUIGI DELEIDI, IL NEBBIA
(Bergamo, 1784 – 1853)

Paesaggio invernale


Olio su tela cm 60x75


L’eclettico scenografo, decoratore prospettico, paeaggista bergamasco, attivo nella prima metà dell’Ottocento, venne così soprannominato per la sua particolare predilezione per i temi legati alla stagione invernale, come è evidente anche nell’opera in esame.
L’ampia veduta, che potrebbe anche raffigurare uno scenario reale, appare una
raffinata sinfonia cromatica, basata sul delicato accordo di tonalità grige, verdastre e brune alquanto fredde, che creano peraltro un particolare effetto di corrispondenza cromatica tra la neve, il corso d’acqua quasi levigato e smeraldino ed il cielo. Quest’ultimo elemento, in particolare, conferisce un aspetto quasi metafisico alla nostra tela, realizzando uno spazio maestoso ed incombente, di marca prettamente romantica; la stessa ampiezza, nell’economia dello spazio dipinto, dimostra la sensibilità fortemente antiaccademica del pittore bergamasco e la sua peculiare modernità, nonostante il carattere piuttosto tradizionale del tema rappresentato.
La scena si anima di piccole figure, modellate come pure “macchiette” di colore, ed al contempo risulta silente a causa della neve, depositata anche sugli alberi, tra i quali spicca quello sul primo piano a destra, dai tronchi nodosi e spezzati (questo, peraltro, appare un altro tratto segnatamente romantico); né si tascurino gli alberelli sullo sfondo, spettrali apparizioni che sembrano svanire nel grigio cupo del cielo, come in una visione alla maniera di Friedrich.

 

 

Luigi Deleidi, il Nebbia

 Paesaggio invernale

Allegoria della sposa in veste di Flora

PACECCO DE ROSA
(Napoli, 1607 - 1656)

Allegoria della sposa in veste di Flora


Olio su tela, cm 130x200



La rappresentazione mitologico-allegorica qui descritta può essere decrittata se si
considerano due elementi fondamentali del primo piano, Cupido e il cane,
rispettivamente simboleggianti Amore e Fedeltà; tre donne inghirlandate di fiori, due delle quali connotate pure da singolari copricapi, in voga nell’Italia meridionale sin dal Seicento, recano doni ad una giovane sposa, abbigliata come la dea della Primavera ma pure caratterizzata da una sottile resa ritrattistica, seppure verosimilmente, almeno in parte, idealizzata secondo i canoni classicisti.   
L’armonioso equilibrio tra il Classicismo, appunto, e il naturalismo, risulta l’elemento caratteristico della grande maniera napoletana della metà del Seicento, come è riscontrabile nelle leggiadre ed eleganti, ma anche attente allo studio “del vero”, composizioni di Pacecco De Rosa, particolarmente propenso alla resa della figura femminile, dal soggetto mitologico all’ambito del sacro, e sempre attento a creare atmosfere nobili e solenni, distaccate dalla sfera “bassa” della quotidianità anche laddove definisca temi vicini al Naturalismo.   
L’equilibrio compositivo della grande tela qui esaminata potrebbe addirittura ricordare i modi del Poussin, dal quale, però, il nostro si distacca decisamente per l’intensità cromatica e la definizione fortemente veridica e tattile degli incarnati, grazie all’accentuato e graduato sfumato; né si deve trascurare l’attenzione per i vari brani di natura morta, per i quali il De Rosa, grande pittore d’istoria, dimostra un virtuosismo rapportabile agli specialisti, pure napoletani, di tale soggetto.   

 

 

Pacecco De Rosa

 Allegoria della sposa in veste di Flora

Natura morta in un paesaggio

PITTORE DI CARLO TORRE

(PSEUDO FARDELLA)
(Milano, notizie dal 1662 al 1675)

Natura morta in un paesaggio


Olio su tela, cm 57x72


L’opera è verosimilmente da inserire nel corpus di nature morte di un maestro di rilievo nella seconda metà del Seicento, identificato come “Pittore di Carlo Torre” o “Pseudo Fardella”.   
Risulta alquanto originale la composizione, definita su un fondale paesaggistico giocato su tinte scure e brunastre; di fronte allo spettatore è individuata la proiezione prospettica di un piano, sullo sfondo del quale troneggia il secondo brano di natura morta, disposto su un vassoio argenteo.   
La fonte di luce evidenzia quasi esclusivamente i frutti; in primo piano un mucchietto di pere variamente disposte si alterna armoniosamente alle singole mele, caratterizzate dalla sapiente resa volumetrica e dalla bilanciata fantasia coloristica; in alto, susine di varia foggia creano un precario equilibrio, esaltato dallo sfumare della cromia e dai tocchi improvvisi di luce.   
La calma, delicata eleganza compompositiva, sottilmente arcaizzante, sembra essere il tratto distintivo della maniera del maestro, riscontrabile anche in numerose altre opere ascrivibili allo stesso: non si trascuri peraltro la peculiare definizione di rametti e foglie, per le quali risulta ancora imprescindibile il modello caravaggesco.   

 

Pittore di Carlo Torre, "Pseudo Fardella"

 Natura morta in un paesaggio

Mercurio e le Ninfe - Ritorno dalla caccia

ALBERT MEYERING
(Amsterdam, 1645 - 1714)


Mercurio e le Ninfe
Ritorno dalla caccia


Coppia di oli su tela, cm 202x195


Il pittore ed incisore olandese, nato e morto ad Amstedam, appartiene alla ricca
schiera di maestri nordici che a Roma trovarono la loro primaria fonte di ispirazione (il Meyering fu infatti nell’Urbe tra il 1675 e il 1676): l’idillio della campagna laziale, il gusto per la mitologia, la veduta con elementi architettonici capricciosamente ispirati all’antico sono tutti motivi ricorrenti, originalmente rielaborati dal nostro maestro nel solco del grande precedente costituito da Nicolas Poussin.
Le due ampie tele, curiosamente tendenti alla forma quadrata, appaiono di primo
acchito realmente maestose, per la vastità delle visuali rappresentate e la
monumentalità eccezionalmente accentuata delle quinte arboree, definite attraverso una gamma cromatica e una ricerca di insieme e  dettagli che può ricordare i migliori esempi del già citato Poussin, ma anche di Claude Lorrain e del Van Bloemen, l’Orizzonte; lo scenario è, nella prima tela, aperto a un golfo marino, laddove nella seconda è accentuato, attraverso il sapiente utilizzo di tonalità fredde, uno scenario montuoso; in ambedue, i cieli appaiono di un naturalismo sorprendente, accentuato da una luce che parrebbe rasentare l’effetto del “plein-air”.
Né risulta trascurabile l’attenzione alle singole “figurine”, vibranti nel dinamismo, barocco e classico al contempo, dei panneggi, e nella veloce stesura cromatica (qui il Meyering dimostra assoluta indipendenza dalla maniera poussiniana); l’ascendente nordico, qui fiammingheggiante, del primo piano nel Mercurio e le Ninfe, è lampante se si osserva la descrizione minuziosa dei singoli, variopinti fiori.

 

Albert Meyering

 

 Mercurio e le Ninfe - Ritorno dalla caccia

Coppia di nature morte

CARLO MANIERI

(Taranto ? - documentato a Roma dal 1662 al 1700)

Coppia di nature morte


Olio su tela, cm 62,5x83,5

 

L’individuazione di un piccolo “corpus” di dipinti riferibili al nostro maestro ha
permesso agli studi in ambito naturamortista di aggiungere un tassello di sicuro
rilievo nel panorama artistico romano della seconda metà del Seicento; il Manieri è documentato con certezza nell’Urbe a partire dal 1662 e coltiva il “genere” con sapienza da specialista, con finalità evidentemente decorative, ma anche con rigore e intelligenza compositiva.
Le tele sviluppano modalità espressive già tipiche di un Michelangelo da Campidoglio negli accostamenti compatti degli oggetti “di ferma” ma anche allargando il campo visivo in ampie prospettive paesaggistiche e riservando attenzione prospettica e luministica al piano d’appoggio (si noti, peraltro, nello squarcio sullo sfondo, nella seconda tela a destra, il profilo montuoso che ricorda il Vesuvio).
Le tonalità cromatiche, non eccessivamente accese, ricordano, negli accenti quasi autunnali, la cromia di gusto neoveneto, particolarmente nel fogliame; la densità compositiva di frutta e ortaggi accentua altresì la vivida volumetria delle superfici scolpite dalla luce che talora, come è evidente nelle pesche, accentua anche l’effetto tattile.

 

 

CARLO MANIERI

 Coppia di nature morte

David e Abigail

SIMONE GIONIMA
(Padova ? 1655 - 1730)

David e Abigail


Olio su tela, cm 100,5x133

Il dipinto è siglato, con il monogramma “S.G.F.”, sul piccolo frammento roccioso in primo piano sulla sinistra; si tratta di un autografo, di indubbia qualità, di un maestro veneto, attivo nella seconda metà del Seicento e padre del più celebre pittore Antonio, di cui sono molto scarse le notizie documentarie e le opere certe.  E’ nota la formazione a Bologna presso il Gennari e l’attività a Vienna  alla corte imperiale di Leopoldo I, nonché l’accostamento, negli anni tardi, ai pittori scenografi Bibiena, ma questo è tutto.   
La rappresentazione appare ricca e variegata, ed al contempo simmetrica ed armoniosa: si narra la saggia generosità di una donna del deserto, Abigail, la quale, per salvare il marito dalla vendetta di David, offre al Re d’Israele ricchi doni. La saggezza di Abigail sarà ulteriormente edificante, poiché il re sarà così portato alla misericordia ed al perdono, ponendo quindi in relazione i caratteri dei protagonisti della Bibbia con le virtù neotestamentarie.   
E’ però indubbio che la scena sia risolta con una raffinata eleganza di gusto profano ed ornamentale, che richiama, nella silhouette delle figure, nella gestualità delle stesse, nella ricca e corposa cromia, il nobile ed olimpico modello del Veronese. Compaiono talora effetti di trasparenza negli sfumati, elementi di accentuato dinamismo, evidenti soprattutto nel cavallo impennato sulla sinistra, e alcuni particolari nei quali spicca la fantasia d’invenzione del pittore, come nello scorcio di città murata che si delinea sullo sfondo, sotto un cielo maestoso.   

 

Simone Gionima

 David e Abigail

Coppia di nature morte

ABRAHAM BRUEGHEL
(Anversa, 1631 – Napoli, 1697)

Coppia di nature morte


Olio su tela, cm 57x72

 

La straordinaria brillantezza degli accordi cromatici, vivace e variopinta, appare di primo acchito l’elemento primario di questa coppia di nature morte, enfaticamente decorative e ornamentali; il nostro pittore tende infatti a sviluppare rappresentazioni alquanto tradizionali di frutti e, talora, di fiori, in direzione di una sontuosità quasi “sensualmente” barocca, ricchissima di suggestioni plastiche e coloristiche.   
La singolare volumetria dei frutti in primo piano, accostati in composizione ma più spesso quasi “a se stanti”, è altresì finalizzata a convogliare l’occhio verso il secondo piano, letteralmente dominato da incombenti, monumentali grappoli d’uva; si noti peraltro l’originalità dell’idea di collocare, nella prima tela, un sorta di pergolato di vite, nonché l’aggiunta, nella seconda tela, di un corollario di fiori, definiti dalla scioltezza cromatica, assolutamente tipica del nostro maestro in questo ambito.   
La corposità materica del colore, esaltata dagli effetti di luce, accentua la dimensione tattile degli elementi vegetali, nella superficie come nel risalto plastico, particolarmente lampante nel brano virtuositico costituito dalla definizione di elementi “gibbosi” nei singoli frutti.   

 Coppia di nature morte

Coppia di nature morte

GIOVANNI PAOLO CASTELLI, LO SPADINO
(Roma, 1659 - 1730 ca)

Coppia di nature morte


Olio su tela, cm 74x61


Le due tele sono verosimilmente da collocare nell’ambito della produzione della piena maturità dello Spadino, esponente di assoluto rilievo del filone naturamortista romano tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento.   
L’intonazione decisamente barocca, sulla scia dei migliori esempi di Abraham Brueghel, si risolve nel nostro in ricchissime e fantasiose composizioni, ma sempre dominate dal classico equilibrio spaziale, che raccorda armonicamente elementi apparentemente dissonanti, senza nulla togliere al gusto scenografico, altamente ornamentale, per forme corpose, sontuose, vivide, talora quasi sovrabbondanti o ridondanti.   
Molteplici appaiono le soluzioni di altissimo virtuosismo pittorico adottate dallo Spadino nel pendant in esame; si pensi all’effetto di densità accesa della cromia, in tutte le declinazioni tonali, alla ricchezza corposa delle superfici e alla potenza plastica delle stesse, agli effetti vibranti dei tocchi di luce, massimamente evidenti sulle foglie della prima tela, rischiarando in alcune parti i verdi scuri e profondi.   
Alcuni settori della superficie dipinta appaiono definiti con una stesura del colore più veloce e compendiaria, come sulle rocce o nell’acqua delle “cascatelle”, un motivo, questo, talora ricorrente nelle opere del nostro maestro; un utile confronto può essere costituito dalla tela pubbicata da G. e U. Bocchi1 , ora presso la Pinacoteca Civica di Montefortino, con la quale la nostra coppia condivide perfettamente anche formato e dimensioni.   


1 Pittori di natura morta a Roma,Viadana 2005, p. 600    

 

 

GIOVANNI PAOLO CASTELLI, LO SPADINO

 Coppia di nature morte

Marcia di soldati - Dopo la battaglia

FRANCESCO SIMONINI
(Parma, 1686 – Venezia o Firenze, 1753)

Marcia di soldati
Dopo la battaglia


Coppia di oli su tela, cm 62x97


Nel panorama dello sviluppo del genere battaglistico, dopo l’apice di metà Seicento costituito da due maestri quali Salvator Rosa e Jacques Courtois il Borgognone, il Simonini occupa una posizione di assoluto rilievo (e ciò risulta particolarmente evidente a Venezia, ove il nostro fu il pittore di battaglie per eccellenza), per l’originalità delle soluzioni compositive, la felice inventiva nel variare le stesse, la drammaticità ed il realismo, la freschezza cromatica assolutamente inconfondibile, l’attenzione raffinata ai brani paesaggistici ed alle architetture dipinte, talora anche di ascendenza classica.
Un tratto peculiare del pittore è indubbiamente la tendenza a realizzare figure elegantemente allungate, dall’aspetto talora morbidamente sinuoso, ma sempre vitali e dinamiche, come risulta evidente anche laddove si osservi la definizione dei cavalli, co-protagonisti delle rappresentazioni battaglistiche.
Gli aspetti più crudi e realistici sono particolarmente definiti nella seconda tela: veridica l’immagine del personaggio che scava una fossa, sulla destra, mentre gli elementi cruenti del primissimo piano risultano un chiaro omaggio all’arte squisita di Salvator Rosa.
In ambo le tele appare di estremo virtuosismo la scioltezza del tocco cromatico, fresco, moderno e talora quasi grumoso, con raffinati rialzi di rosa, bianco e azzurro; nel fondale paesaggistico la linea dell’orizzonte si stempera, cielo e terra sembrano confondersi nell’impasto cromatico definito a perdita d’occhio.

 Marcia di soldati - Dopo la battaglia

Coppia di paesaggi

 Coppia di paesaggi

Coppia di olii su tela cod. 80 A

Coppia di olii su tela raffiguranti "Natura morta con frutta e ortaggi" opera di Giovanni Paolo Castelli detto "Lo spadino" (Roma 1659-1730)

 Coppia di olii su tela cod. 80 A

Coppia olii cod. 58-59 A

Coppia Olii su tela "Nudo maschile" lavoro accademico. XVIII sec. Misure : cm 35x67

 Coppia olii cod. 58-59 A

Coppia olii cod. 55-56 A

Coppia Olio su tela di scuola lucchese "Natura morta con granchio e funghi". Nel dipinto si evidenziano elementi figurativi rintracciabili nelle opere di Simone del Tintore. fine XVII sec.inizi XVIII sec. Lucca Misure: cm 56X85

 Coppia olii cod. 55-56 A

Paesaggio con viandanti nel mezzo di una tempesta

CARLO ANTONIO TAVELLA
(Milano, 1688 – Genova, 1738)


Paesaggio con viandanti nel mezzo di una tempesta


Olio su tela, cm 68x91


Tra la seconda metà del Seicento e la prima del Settecento una nuova sensiblità trova spazio e gradualmente si diffonde in seno alla grande pittura di paesaggio “classica”; alcuni semi di novità, che da sempre la critica ha definito “criptoromantici”, affiorano nella pittura che “racconta” la poesia della natura: possono dunque comparire tronchi spezzati e nodosi, antri oscuri e “sublimi” cascate, come in Salvator Rosa, oppure mari in burrasca, come nel francese italianizzato Vernet, o altrimenti lo scatenamento degli elementi in un cielo minaccioso di temporale come in Pietro Mulier, il Cavalier Tempesta, e nel suo originale emulo, il lombardo Tavella, apprezzato e collezionato dai contemporanei più raffinati ed aggiornati nel gusto pittorico, quali il Cardinal Pozzobonelli, la cui raccolta è oggi un vanto del Museo Diocesano di Milano.
Ogni connotazione tipica del paesaggista milanese è evidente nella tela in esame:
l’effetto del vento, il dinamismo delle due piccole figure, espressivamente definite, il cupo cielo in tempesta e la folgore, e, massimamente, il raffinato bilanciamento cromatico dei toni caldi e freddi, nonché l’attenzione per la rappresentazione degli elementi naturali esplicitati in tutta la loro monumentale, grandiosa maestosità, dalle fronde arboree alle rocce alle montagne sullo sfondo.

 Paesaggio con viandanti nel mezzo di una tempesta

Ercole e Onfale

GIOVAN GIOSEFFO DAL SOLE
(Bologna, 1654 – 1719)

Ercole e Onfale
Olio su tela, cm 87x66

Il dipinto, tuttora in prima tela, raffigura una scena mitologica alquanto rara nella
pittura italiana: Ercole, ridotto in servitù per tre anni presso la regina di Lidia  Onfale, per espiare la colpa dell’uccisione, in un accesso di follia, dell’amico Ifito, è costretto alla filatura e cede la clava e la pelle leonina alla sua padrona. Palese risulta dunque il
significato simbolico del soggetto rappresentato, per così dire femminista ante litteram. Dell’opera sussiste una variante, pure autografa e documentata, conservata presso la Galleria di Dresda e di dimensioni analoghe, che risulta, ad un primo confronto,
pressochè identica: nel nostro dipinto però, che appare sostanzialmente caratterizzato da una freschezza di tocco pittorico quasi bozzettistica, sono evidenti numerosi ed
interessanti “pentimenti” in diversi punti della superficie, che sottolineano
ulteriormente la qualità di un pezzo “da studio”, verosimilmente preparatorio.
Numerose fonti antiche sottolineano la presenza, in Palazzo Ghisilieri a Bologna, di una tela di Giovan Gioseffo Dal Sole rappresentante Ercole e Iole (non inganni la
confusione iconografica, i due soggetti sono molto spesso fraintesi): è interessante
notare, nel nostro dipinto, l’evidente numero di inventario “F16”, riportato, con una grafia chiaramente seicentesca, sul retro della cornice, originale della seconda metà del XVII secolo.   
Risulta lampante il misurato classicismo, di marca squisitamente emiliana, del nostro maestro, soprattutto nella definizione del nudo femminile, ispirato alle Veneri
ellenistiche, nei tratti idealizzati del viso della stessa Onfale, e nell’aulico inserimento di colonne classiche; dai tratti più barocchi appare la comparsa dell’Amorino, chiaro
riferimento alla passione scoccata tra i due personaggi, che sembra sollevare il pesante drappo purpureo quasi fosse un sipario teatrale.   

 Ercole e Onfale

Dipinto raffigurante marina con personaggi

dipinto firmato sul fronte in basso a destra

 Dipinto raffigurante marina con personaggi

dipinto olio su tela raf. cacciatore att. il molinaretto

 dipinto olio su tela raf. cacciatore att. il molinaretto

Madonna col bimbo

 Madonna col bimbo

Ghirlanda di fiori

 Ghirlanda di fiori

Coppia di scene animate con personaggi e cavalieri

 Coppia di scene animate con personaggi e cavalieri

Allegoria dei sensi

 Allegoria dei sensi

Dipinto raffigurante paesaggio con personaggi

 Dipinto raffigurante paesaggio con personaggi

Bernardo Canal Venezia Piazza san Marco

 Bernardo Canal Venezia Piazza san Marco

Antiquariato

Antiques