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Dipinti antichi

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Cornelis de Wael(Anversa 1592-Roma 1669) "Paesaggio con figure e armenti",olio su tela,cm.143x125

Cornelis de Wael (Anversa 1592-Roma1669), "Paesaggio con figure e armenti", olio su tela, cm.143x125

 Cornelis de Wael(Anversa 1592-Roma 1669)

Maestro dei paesaggi Correr; attivo a Venezia nella seconda metà del XVIII sec.

Maestro dei paesaggi Correr(attivo a Venezia nella seconda metà del XVIII secolo); "Paesaggio architettonico con figure"; olio su tela; cm.38x46.

 Maestro dei paesaggi Correr; attivo a Venezia nella seconda metà del XVIII sec.

Tempere neoclassiche. Misure: h. 30x48 e 37x54.

Autore Felice Giani(1758-1823). L’esecuzione è realizzata con pennellate fresche e veloci, con un disegno deciso ed elegante arricchito da nastri guizzanti, che contribuiscono a trasmetterci un’immagine di movimento; le immagini stilizzate ed allungate; eseguite monocrome. Tutto nella maniera tipica propria del Giani nelle decorazioni neoclassiche di tanti palazzi bolognesi.

 Tempere neoclassiche. Misure: h. 30x48 e 37x54.

Coppia di dipinti raffiguranti imperatori romani

Coppia di dipinti di grandi dimensioni raffiguranti gli imperatori Tito ed Augusto cm 126x101 e cm 125x101 entro cornici Derivazioni del sec XVII da dipinti di Bernardino Campi

 Coppia di dipinti raffiguranti imperatori romani

San Gerolamo scuola romana

Dipinto olio su tavola raffigurante "San Gerolamo" diam cm 26 Scuola romana

 San Gerolamo scuola romana

Saverio Dalla Rosa ( Verona,1745-1821)

Serie di quattro dipinti ad olio su tela raffiguranti " Scene bibliche" cm 62x76 entro cornici coeve. Autore identificato come Saverio Dalla Rosa (Verona, 1745-1821)

 Saverio Dalla Rosa ( Verona,1745-1821)

RITRATTO

RITRATTO DI NOTABILE. OILO SU TELA.

 RITRATTO

DIPINTI

Coppia di dipinti tempera su tela. "Vincenzo Martinelli" Bologna 1737-1807. COLLEZIONE PRIVATA.

 DIPINTI

DIPINTO

Dipinto tempera su tela, "Vincenzo Martinelli" Bologna 1737-1807.

 DIPINTO

NUOVO ARTICOLO

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 NUOVO ARTICOLO

Antico dipinto secolo XVII° Madonna con Bambino art 1617 Antique oil on canvas painting representing Virgin with Child Late 17th century

Dipinto a olio su tela raffigurante Madonna con Bambino. Lombardia fine secolo XVII°,reintelata e restaurata. Antique oil on canvas painting representing Virgin with Child, restored, Late 17th century Dimensioni cm 170,5 x 122 h

 Antico dipinto secolo XVII° Madonna con Bambino art 1617 Antique oil on canvas painting representing Virgin with Child  Late 17th century

"RIPOSO DURANTE LA CACCIA"

OLIO SU TELA. FRANCIA, META'DEL XVIII SECOLO. MISURE:126 X 196 CM.; 107 X 174 CM. SENZA CORNICE.

Dipinto ad olio su rame : S.Antonio

cm.25x31 cod.5775/05-1

 Dipinto ad olio su rame : S.Antonio

Dipinto a olio su rame :S.Michele

cm.25x31.5 cod.01/08/09

 Dipinto a olio su rame :S.Michele

Quadro raffigurante Scena Biblica cod.352

Quadro olio su tela raffigurante l'Arcangelo con S.Giuseppe.Italia fine del Settecento.

MISURE: 80 x 64

 Quadro raffigurante Scena Biblica cod.352

Natura morta

FRANCESCO DELLA QUESTA
(?, 1639 ca. - Napoli, 1723)


Natura morta

Olio su tela, cm 74x137


Nel ricchissimo panorama della natura morta napoletana seicentesca, la personalità artistica di Francesco Della Questa, maestro di possibile origine spagnola, attende ancora uno studio ragionato che porti ad una catalogazione pienamente convincente, forse anche per la difficoltà nel reperire notizie biografiche e appigli documentari certi; a ciò fa però da contraltare il numero relativamente alto di dipinti firmati, il che permette di creare sicuri collegamenti attributivi ed utili confronti.
I modelli di riferimento per il nostro sono indubbiamente costituiti da Luca Forte, Giovan Battista Ruoppolo e Giuseppe Recco, talora rielaborati dal pittore, come nel dipinto in esame, secondo una sensibilità suggestivamente arcaizzante: si pensi alle modalità ancora di gusto caravaggesco che connotano la resa cromatica e luministica delle foglie, la sintesi volumetrica nella rappresentazione delle mele, dell’uva e dei cedri, l’idea di creare lo sfondamento tridimensionale nel piano d’appoggio, sul margine destro, i tocchi di luce sull’ampolla vitrea e gli effetti di trasparenza della stessa.
Il bilanciamento e l’equilibrio compositivo tra le parti risultano particolarmente raffinati, come se ogni elemento, solo apparentemente distaccato, risultasse armoniosamente compenetrato, fuso nell’altro; nè sono da trascurare le acute accensioni tonali, particolarmente intense nei rossi fuoco delle mele.

 

 

 

Francesco Della Questa

 Natura morta

Due scene giocose

ALESSANDRO GHERARDINI
(Firenze, 1655 - Livorno, 1726)

Due scene giocose

Olio su tela, cm 23x36

Il filone burlesco rappresenta un episodio interessante e ancor poco indagato della pittura fiorentina sei-settecentesca, che conosce esiti di un certo respiro nella celebre Beffa del Pievano Arlotto Mainardi,  opera del Volterrano, ora presso la Galleria Palatina di Firenze. Il genius loci tipicamente toscano, propenso allo scherzo e alla burla intelligente, gioca certamente un ruolo di spicco nella scelta di tali soggetti, ma non è da trascurare un significato anche più profondo, che, tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, si trasfigura in una precisa reazione alle correnti auliche, forse eccessivamente altisonanti nel linguaggio e nei contenuti, veicolate a Firenze da un indubbio caposcuola della pittura barocca romana, Pietro da Cortona.
Allessandro Gherardini, che pur si distingue nella grande tradizione della pittura
d’istoria ad affresco, rivela, nelle due deliziose telette in esame, tutt’ora nel loro
supporto originario, un estro indubbio per il grottesco e per la “scena di genere”, dai putti birbanti che disturbano il sonno ebbro di un vecchio barbuto alla scenetta del fanciullo indecentemente rappresentato nell’atto della minzione.
I temi comico-caricaturali, indubbiamente “bassi” nella gerarchia dei generi pittorici, ancora molto viva e sentita sul finire del Seicento, sono vivacemente controbilanciati dallo stile squisito e raffinato della pennellata, densa e rapida,  poco attenta alla costruzione disegnativa ed indirizzata piuttosto alla freschezza bozzettistica, nella quale il Gherardini è assai sapiente; né mancano nobili riferimenti a grandi maestri del passato recente, quale il profilo della donna, sensibilissimo ai modi di Luca Giordano, oppure la figura maschile col cappello piumato, precisa citazione dai personaggi nelle incisioni di Jacques Callot.

 

 

 

Alessandro Gherardini

 Due scene giocose

Coppia di vedute

ADAM FRANS VAN DER MUELEN, ambito di
(Bruxelles, 1632 - Parigi, 1690)

Veduta della città di Besançon assediata

Entrata del Re Sole a Dunquerque


Coppia di oli su tela, cm 108x164


Le due ampie tele, impostate secondo la prospettiva panoramica, derivano direttamente da due illustri prototipi, i cartoni, eseguiti per gli arazzi della celeberrima manifattura Gobelins dal pittore fiammingo Adam Frans van Der Meulen e databili tra il 1667 e il 1668; tali rappresentazioni, che annoveravano quattordici episodi delle gesta guerresche del Re Sole, erano specchio ineludibile dell’arte propagandistica fiorita nell’età di Luigi XIV, finalizzata ad una celebrazione, fastosa e altisonante quanto mai, delle gloriose imprese belliche promosse dal Re nel tentativo, non sempre giunto a buon fine, a onor del vero, di ampliare a dismisura i confini territoriali di Francia.   
L’impostazione dell’esercito schierato a “campo aperto”, di fronte alla visuale più
slontanata della città assediata, rimanda ad un illustre precedente nella battaglistica
seicentesca: la coppia di tele, eseguite da Jacques Courtois il Borgognone,
rappresentanti le Battaglie di Nördlingen e Lützen, conservate presso la Galleria Palatina di Firenze. E’ verosimilmente da rilevare, però, come il Meulen abbia
privilegiato qui un intento più precisamente topografico-didascalico, studiando “dal vero”, come anche è sottolineato dalle fonti scritte, gli accampamenti militari e riproducendo con attenzione lenticolare i riscontri veridici della situazione del luogo e della veduta urbica, secondo le più moderne sperimentazioni della cultura figurativa fiammingo-olandese (si pensi alla, pressochè coeva, Veduta di Delft del Vermeer).
La resa delle figure spicca talora per ornato ed eleganza, accentuati da variopinti risalti nella cromia, nonostante la concitata drammaticità dei temi trattati; è altresì nei motivi paesaggistici e di veduta che, forse, meglio si sviluppa lo stile del maestro, come è evidente nella superba definizione di tronchi e fronde o nella raffinata modulazione di toni freddi che ammanta gli sfondi.

 

 

 

ADAM FRANS VAN DER MUELEN, ambito di

 Coppia di vedute

Scena pastorale

PETER ROOS, ROSA DA TIVOLI
(Francoforte sul Meno, 1657 - Roma, 1706)

Scena pastorale

Olio su tela, cm 111x200
Nel corso della seconda metà del Seicento e della prima metà del Settecento la
specializzazione degli artisti nei singoli generi pittorici raggiunge la sua piena attuazione, massimamente nei paesi d’Oltralpe con esiti di strabiliante virtuosismo, tanto che una messe di maestri stranieri giunge nella Penisola, importando, per così dire, tali assolute novità, come nel caso del celebre Rosa da Tivoli (secondo l’italianizzazione del cognome del pittore, frequente in tutti i centri artistici del nostro paese, in epoca storica).
Il dipinto è infatti tipicissimo ed inconfondibilmente autografo del Roos, con un rilievo assolutamente particolare, però, nel formato molto allargato in orizzontale e nell’assoluta armonia compositiva, così attenta anche a cogliere, come in una istantanea, l’espressività intensa delle raffigurazioni zoomorfe accanto alla dilatazione paesaggistica, nella quale l’artista definisce maestose e minacciose nubi nel cielo che influenzano con la cromia scura il borgo ed il paesaggio collinare.   
E’ però agli animali che il Roos riserva un’attenzione peculiare, negli atteggiamenti che appaiono quasi “di posa”, ma che sono, in realtà, così veri, vivi e naturali, accanto alla sapiente definizione cromatica, ricca e corposa nei tocchi filamentosi, che trova pieno riscontro nell’improvvisa accensione luministica, a contrasto con i toni quasi cupi della parte preponderante della raffigurazione, come è evidente, ad esempio, nella descrizione del viso della pastorella posto di profilo.

 

 

Peter Roos, Rosa da Tivoli

 Scena pastorale

Allegoria della Fama

GIOVAN FRANCESCO ROMANELLI
(Viterbo, 1610 - 1662)

Allegoria della Fama

Olio su tela, cm 191x137,5


Il dipinto fu eseguito in occasione del primo soggiorno parigino del pittore viterbese, tra il 1646 e il 1648, per una committenza sicuramente molto illustre, il Cardinale Giulio Mazzarino, personalità di assoluto rilievo per la storia non solo di Francia, negli utlimi tempi del regno di Luigi XIII e soprattutto del successore, il Re Sole, ma dell’intera Europa.
Il significato dell’opera è chiaramente allegorico-moraleggiante: la personificazione della Fama, deificata e letteralmente sospesa da terra, accompagna gli attributi del potere temporale, definiti sul margine destro, e leggermente più adombrati rispetto alla luminosità che ammanta la figura femminile in volo. E’ infatti rilevante l’aulico basamento marmoreo, istoriato da bassorilievi ornamentali di ascendenza classica, tra i quali spicca lo stemma gentilizio, e sul quale si appoggia lo scettro del potere, accompagnato, sulla sommità del piano, dal copricapo purpureo cardinalizio e da due corone regie, forse allusive al passaggio tra la monarchia di Luigi XIII e quella di Luigi XIV.
La preziosità cromatica della tela è brillante di primo acchito, massimamente nell’accensione del drappo rosso svolazzante e nel panneggio ocra, come nel cielo profondo di lapislazzuli; il linguaggio del maestro viterbese denota un’intelligente rielaborazione di suggestioni classiciste e barocche, dallo stesso attentamente meditate in ambito romano e che rappresentano elementi di indubbia modernità negli anni Quaranta del Seicento: se la postura della figura, la sua straordinaria leggiadria rimandano a prototipi berniniani, evidenti se si considera il celeberrimo gruppo di Apollo e Dafne, la misurata pacatezza dell’impostazione della stessa, i tratti del viso, la delicatezza degli sfumati richiamano direttamente i modi di Guido Reni, “novello Raffaello” secondo la critica classicista seicentesca.

 

 

 

Giovan Francesco Romanelli

 Allegoria della Fama

Coppia di paesaggi

WILLEM DE HEUSCH
(Utrecht, 1625 - 1692)

Paesaggio con cacciatori


Paesaggio con briganti


Olio su tela, cm 151x189

Le due maestose tele mostrano la mirabile fusione della tradizione paesaggistica nordica con quella italiana; Willem De Heusch, originario dell’olandese Utrecht, vive a Roma negli anni quaranta del Seicento, importando nell’Urbe una particolare visione, vitalistica, intensa, quasi romantica dell’osservazione della natura, come un universo di forze oscure e primordiali, di un fascino arcano, accanto, però, all’attenzione per gli elementi di “classica misura” evidenti nel pendant in esame.
Nella scena dei cacciatori di anatre si impone come protagonista il tronco nodoso dell’albero al centro, cui fa da sfondo una sorta di “selva oscura” definita da tonalità alquanto cupe di verdi; suggestivo appare lo scorcio a destra, dalle forme abbozzate, quasi evanescenti, sulle quali si impone il grandioso cielo solcato da nubi, nonché la resa delle figure, essenziali nelle rapide pennellate ma anche vibranti e quasi allampanate.
Nella rappresentazione caratterizzata dall’assalto dei briganti il paesaggio è invece dilatato proprio nel mezzo, che si apre verso il tipico borghetto della campagna laziale con ruderi e vestigia dell’Antichità, lasciando però, anche qui, ampio spazio ed elementi appena abbozzati, come risulta evidente nel margine destro sullo sfondo; l’impronta criptoromantica, paragonabile agli esiti coevi di un Salvator Rosa,  è presente anche in tale frangente nel tronco monumentale, spezzato e contorto, come pure nel drammatico ed espressivo dinamismo che caratterizza tutti i personaggi, perfettamente inseriti in tale misterioso scenario che parrebbe potersi animare da un momento all’altro.

 

 

 

Willem De Heusch

 Coppia di paesaggi

Scena biblica

HERMAN SWANEVELT
(Woerden presso Utrecht, 1605 - Parigi, 1655)

Scena biblica

Olio su tela, cm 110x133


Nella tradizione figurativa fiamminga, ed il discorso risulta naturalmente valido anche per i maestri nordici in Italia, è precocemente applicata l’idea, affatto moderna, che sia possibile, pur nella trattazione di soggetti di storia, di mitologie, o di temi sacri, ampliare la visione ambientale in scenari che, talora, appaiono addirittura preponderanti rispetto alle figure; nel fertile solco tracciato dai Fiamminghi si colloca  ad esempio, all’inizio del Seicento, la straordinaria Lunetta Aldobrandini di Annibale Carracci, rappresentante il Paesaggio con la fuga in Egitto.
Lo scenario naturale appare, anche nella tela in esame, l’elemento portante, accanto alle rappresentazioni zoomorfe, al quale le figure risultano,  per così dire, subordinate, con la sola accentuazione del pastore sdraiato sul margine destro e della giovane donna, forse identificabile con Rebecca, nella quale la particolare definizione del volto è indubbio tratto stilistico dello Swanevelt.
Le maestose chiome arboree delimitano l’intera superficie della tela, minuziosamente descritte nei singoli elementi di fogliame ma anche accentuate in una spumeggiante, corposa volumetria; l’effetto di trapasso tonale crea una suggestiva visione, modulata dai toni verdastri-azzurrognoli sulla sinistra, ancora memori degli esempi del Brueghel e di Paul Brill, sino ai bruni-rossastri del settore centrale e di destra, nei quali il timbro è vagamente autunnale.

 

 

 

Herman Van Swanevelt

 Scena biblica

Scena di assedio

JOHANNES CORT, detto JUAN DE LA CORTE
(Attivo a Madrid dal 1597 - notizie fino al 1660)

Scena d’assedio
Olio su tela, cm 102x162

Il dipinto risulta firmato per esteso, ai piedi del soldato armato di scudo,  posto di spalle al centro dell’opera.   
Juan de la Corte è un pittore di origine fiamminga, documentato al servizio della monarchia spagnola nel corso dei primi sessant’anni del Seicento e verosimilmente formatosi in ambito anversese; a Madrid ebbe notevole successo soprattutto come paesaggista, battaglista e maestro di prospettive architettoniche, generi pittorici che, nel caso della tela in esame, sembrano combaciare e fondersi perfettamente. Sullo sfondo di una ampia collina, sottesa all’incombente cielo dai toni quasi plumbei, Juan de la Corte realizza una magnifica veduta ideata di una città assediata, rielaborando suggestioni e scorci forse realistici (si pensi alle case d’abitazione, alcune delle quali già date alle fiamme, ed alla porta urbica) accanto a capricciose invenzioni architettoniche, tra le quali spicca il superbo Palazzo che domina la composizione sul margine sinistro: mediante nobili variazioni di tonalità grigio verdi, il maestro definisce una sontuosa struttura, sostanzialmente a pianta centrale, nella quale è evidente il richiamo agli studi architettonici del Cinquecento italiano, da Bramante e Michelangelo a Palladio.
L’attenzione del pittore è però parimenti rivolta alla composizione battaglistica, descritta dal contrasto tra la sezione di sinistra, quasi indefinita nel dinamismo vorticoso di un incalcolabile numero di “figurine” di assedianti, e la salda, plastica monumentalità del settore destro, nel quale spiccano soldati e cavalieri vestiti alla maniera antica; i toni di colore sono qui vivaci ed accesi, e accompagnano una resa estremamente elegante delle figure, dalle forme stesse alle posture, che riprende moduli stilistici tipici del tardo Manierismo centro italiano, segnatamente riferibili al primo interprete della battaglistica “pura”, Antonio Tempesti.

 

 

 

Juan de la Corte

 Scena di assedio

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